Memorie di un tappo

di Mamma Oca

Era la più bella quercia di tutta la Sardegna, trenta metri di altezza e diciotto la circonferenza della sua chioma. I turisti venivano da lontano per ammirarla, fotografarla e farsi immortalare appoggiati al suo possente tronco. Io ne facevo parte, e insieme andavamo d’amore e d’accordo. Se lei era una magnifica quercia, io ero un gran bel pezzo di sughero, e con lei condividevo l’ammirazione dei turisti. 

Un giorno però rimasi molto turbato dall’osservazione di un bimbetto di non più di otto anni: “Babbo – chiese – quanti tappi pensi che si potrebbero ricavare?”.
“Moltissimi”, rispose il babbo.
“Più di cento?”.
“Anche più di mille”.

Tappi? Cos’erano i tappi? Io questa parola non l’avevo mai sentita, ma per mia disgrazia non tardai molto a farne la conoscenza. Di più, anzi, perché fui proprio io a diventare un tappo.

Un brutto giorno fui divelto dalla mia amatissima quercia e da quel momento la mia vita divenne un incubo. Mi fecero patire sofferenze inimmaginabili – vi risparmio i particolari per non tediarvi – fino a quando mi trovati suddiviso in migliaia di cilindretti non più alti di cinque o sei centimetri. Fu allora che, ricordandomi  della risposta di quel babbo ai quesiti del figlioletto, seppi di essere diventato un tappo, ma ancora non avevo idea di cosa mi riservasse il futuro nei panni di un tappo. Lo seppi, purtroppo, anche troppo presto. Intanto, avendo io una forma diversa da quella degli altri – sembravo un funghetto – venni classificato come tappo di champagne. Mi ficcarono in una macchina infernale che girava in tondo e che faceva scomparire uno alla volta i tappi che mi precedevano. Quando fu il mio turno venni scaraventato e quasi strozzato in un tunnel di vetro, molto più stretto della mia circonferenza, che mi tolse il respiro. E come se non mi avessero abbastanza compresso, per non so quale timore di una mia impossibile evasione, mi costrinsero in una gabbia metallica che mi tolse il piacere – l’ultimo rimasto – di contemplare il firmamento. 

 Ridotto a guardare solo in basso, mi accorsi che il tunnel dove mi avevano ficcato si allargava sino a diventare una solida bottiglia d’un verde molto scuro. Riconobbi la forma perché, quando ero ancora avvinto alla mia quercia, molti gitanti maleducati facevano picnic ai miei piedi lasciando cartacce e bottiglie svuotate. Questa invece era ricolma di un liquido giallastro che mi arrivava a pochi centimetri, sempre in ebollizione e da cui si levava ininterrottamente un coretto dalla Vedova allegra di Lehar che diceva: “Noi siam le bollicine / delle sere parigine…”.

La bottiglia si presentò educatamente e io la ricambiai, scusandomi di tapparle involontariamente  l’unica sua via d’uscita.
Sorrise la bottiglia: “Per forza, sei un tappo! Non ne puoi fare a meno”.
D’essere diventato un tappo oramai lo sapevo, ma a cosa sarei servito?
La bottiglia non si fece pregare di fornirmi le più dettagliate informazioni sull’ambiente dove mio malgrado mi trovavo a vivere. Per esempio, il liquido che la riempiva si chiamava champagne e tra i vini era il più apprezzato, mentre la mia funzione era quella di impedire la fuoriuscita delle impazienti bollicine sino a quando qualcuno non l’avesse deciso.
“Cosa c’entra Parigi? Perché cantano sempre di sere parigine: ci troviamo nella capitale francese?”.
“No, ci troviamo sullo scaffale di un’enoteca romana di quartiere. Non so come e quando le bollicine siano venute a sapere che Parigi è la città dove si consuma più champagne. Che vuoi farci, sono un po’ snob”. 
“Per quanto tempo rimarremo ancora su questo scaffale? Quand’è che qualcuno verrà a liberarci?”.
“Di solito siamo molto ricercati per Natale e Capodanno, però ci sono anche le feste di famiglia, matrimoni, compleanni, fidanzamenti ufficiali, cene tra amici…”, mi illustrò la bottiglia.
“Cos’è meglio per noi?”.
La bottiglia ci pensò un poco e disse: “Certamente per Capodanno è più divertente, specialmente se questo avviene in un grande albergo o in una discoteca. Tutti sono allegri, si lanciano coriandoli, palline di carta, stelle filanti e quando è mezzanotte in punto lo champagne scorre come un fiume in piena. In quel momento di bottiglie se ne stappano a decine”. 
“Come avviene?”.
“Semplicissimo, basterà che ti liberino della gabbietta di ferro e le bollicine si precipiteranno su di te, facendoti schizzare come un missile e con un gran botto sino al soffitto”,
Io ero estasiato: “Sarà un gran divertimento. Non ne vedo l’ora. Quanto manca a Capodanno?”.
“Purtroppo, finita la festa, verrai spazzato via insieme agli altri tappi, ai coriandoli e alle stelle filanti che tutti avranno calpestato. Finirai nella spazzatura”.
Ero deluso e depresso, ma la bottiglia, che davvero era un’anima buona, mi prospettò una soluzione più soddisfacente: “Il meglio che ti possa capitare è che veniamo acquistati per una ricorrenza. Se è un matrimonio, la sposina ti raccoglierà religiosamente,  ti metterà insieme ai suoi ricordi più belli e quando aprirà il cassetto dove t’ha collocato ti guarderà con tenerezza”.

Non fu per un matrimonio che mi tolsero dallo scaffale, ma per un fidanzamento ufficiale. E fu una bella festa, con tanti amici dello sposo e amiche della sposa. C’erano anche i futuri consuoceri, che però si guardavano con scarsa simpatia. Come aveva predetto la bottiglia, da cui mi congedai con rimpianto, la fidanzata mi raccolse e mi adagiò tra i suoi ricordi.

Non passò molto tempo che il fidanzamento si ruppe, credo per un litigio dei consuoceri, che se ne dissero di tutti i colori. La ragazza non faceva che passare dall’ira alle lacrime, si calmava soltanto quando venivano a consolarla le amiche. All’ultima venne la sciagurata idea di ricordarle l’allegria e le belle speranze della festa di fidanzamento. A quelle parole l’ex fidanzata si alzò, aprì di scatto il cassetto dove mi trovavo e fece per lanciarmi dalla finestra, ma fu fermata dall’amica.
“Dallo a me – disse l’amica, che era una fervente ecologista. “Lo metterò nella raccolta differenziata, il sughero è un buon concime”.

E così, questi sono gli ultimi momenti della mia esistenza, in attesa di sciogliermi arricchendo la terra dove sarò seppellito. Se soltanto fosse vicino a una quercia, ne sarei felice.